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[Pubblicato su Ibridamenti/Due, 31 ottobre 2016]

Ieri sera sono andato a vedere il film di Pif, “In guerra per amore”. Divertente, leggero, a tratti rassicurante e auto-assolutorio. Ci sono tutti gli stereotipi caricaturali in grado di renderlo un piacevole film per tutti, da vedere per confermare quello che sappiamo – o crediamo di sapere – sulle vicende dello sbarco Alleato in Sicilia. Un film che, però, non deve essere confuso con un documentario. Non lo è. E il periodo dell’occupazione alleata in Sicilia non è quella caricatura che fa da sfondo alla storia rappresentata.

Semplificare, appiattire, cancellare le contraddizioni dello sbarco – e della successiva occupazione -, se risultano funzionali alla fruizione del film, non servono per comprendere il valore di laboratorio politico rappresentato dalla Sicilia, il primo lembo d’Europa occupato dagli Alleati. Invece, per comprendere questo valore c’è un bel libro, scritto da Manoela Patti, dottore di ricerca in Storia contemporanea e collaboratrice dell’Università di Palermo: “La Sicilia e gli alleati. Tra occupazione e Liberazione” [Donzelli ed., 2013, pp. XII-228, Euro 19]. Uno studio molto interessante, frutto di un lungo lavoro di ricerca e selezione di documenti e fonti perlopiù inediti, che ho potuto utilizzare con profitto anche a scuola.

Se nel film sembra che gli Americani siano i principali responsabili della fondazione democratica della Sicilia, il libro di Patti mostra quanto il percorso di rifondazione dello Stato nazionale – entro cui la Sicilia si colloca – sia tortuoso, complesso e contraddittorio. E proprio questi fattori di difficoltà sono quelli maggiormente sacrificati dal mito di una Sicilia liberata dagli Americani grazie al sostegno della Mafia. Un mito, questo, che di una memoria selettiva e adulterata si è servito per cancellare le contraddizioni dell’evento e, soprattutto, il citato valore di laboratorio politico di una Sicilia verso la quale mancava un piano e un progetto di medio periodo. Proprio per tale ragione le è toccato in sorte il ruolo di spazio di sperimentazione per un modello amministrativo inedito, tutto da pensare e da attuare. 

Il libro di Patti restituisce alla storia non soltanto l’ambiguità di un’occupazione priva di un organico piano di sviluppo, ma anche la conflittualità sociale che si scatenò a causa delle pessime condizioni di vita. Conflitti ideologici, di clan, di interessi, sono soltanto alcuni di quelli che animarono l’Isola in quegli anni. Ad essi si sommarono quelli frutto delle proiezioni, dei pregiudizi e della visione dei militari Alleati. Molti di loro conoscevano la Sicilia e i siciliani soltanto attraverso il volto dei tanti immigrati sparsi per il globo; era un’immagine segnata dalla povertà, dalla miseria, dall’arretratezza culturale, per questo ben si prestava agli stereotipi razzisti. In particolare diverso fu l’atteggiamento messo in campo da americani e inglesi. Questi ultimi, che si rivolsero principalmente a notabili del luogo per amministrare il territorio attraverso la mediazione degli indigeni, attuarono una prassi forgiata nelle esperienze coloniali. Gli americani, invece, si servirono principalmente degli immigrati siciliani di seconda generazione presenti negli Stati Uniti, delle loro reti di conoscenze e parentele. Ciò, indubbiamente, servì ad aumentare il loro credito politico nel dopoguerra, quando esponenti della comunità siculo-americana riuscirono a ritagliarsi uno spazio e un ruolo sempre maggiore nelle dinamiche socio-politiche d’oltreocèano. In mezzo a tutto ciò, dal libro, molto ridimensionato appare il mito di una mafia utilizzata per controllare il territorio e favorire la cacciata nazi-fascista. Come sostiene Manoela Patti, «la collaborazione della mafia allo sbarco alleato costituisce uno dei capisaldi di quello che potremmo chiamare immaginario mafiologico, ed è all’incirca dagli anni sessanta un argomento costantemente riproposto dalla pubblicistica e dai media. È stato anche ripreso in ambito ufficiale dalla commissione parlamentare antimafia del 1993 che ha acquisito come verità quella di una collaborazione “tra mafiosi italiani o italoamericani”. Si tratta però di certezze che non reggono alla prova documentale”. Un mito sedimentato nell’immaginario collettivo che non trova riscontro nella documentazione esaminata. «Inoltre», prosegue Patti «la tanto attesa desecretazione delle carte dell’Oss relative al periodo dello sbarco alleato in Sicilia non ha prodotto risultati atti a confermare l’esistenza di un accordo fra le forze alleate e la mafia siciliana; anzi, come già detto, sono proprio i progetti di sbarco in Sicilia preparati dagli italo-americani dell’Oss a confermare, ancora una volta, che tra la mafia e l’intelligence americana, sia civile che militare, non vi furono accordi segreti». Ci furono contatti, ovviamente, ma furono meno sistematici di quanto tramandato dal mito. Ci furono, invece, le violenze, le ribellioni, le esecuzioni, gli stupri, insomma tutti gli ingredienti che contraddistinguono, oggi come ieri, le guerre. E la liberazione, non bisogna dimenticarlo, fu una pagina della più ampia guerra tra Alleati e nazi-fascisti.

Di tutto ciò la memoria serba scarso ricordo, per questo gli studi che fanno chiarezza – come quello di cui stiamo discutendo – meritano ancora più attenzione. Se poi si fanno anche leggere bene – come in questo caso – è ancora meglio.

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