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“[…] d’estate come d’inverno il documento d’archivio è gelido; nel decifrarlo si tratti di una pergamena o di una cartaccia, le dita si intorpidiscono e si macchiano di fredda polvere nera. Per occhi non esercitati è poco leggibile anche quando è coperto da una scrittura precisa e regolare. Arriva sul tavolo di lettura spesso in fascicoli, legato con dello spago o stretto da cinghie, insomma infagottato, con gli angoli divorati dal tempo e dai roditori; prezioso infinitamente e fragile, lo si manipola con cautela per paura che un modesto inizio di deterioramento diventi magari definitivo. Al primo sguardo si può capire se, dopo la sua archiviazione, è stato consultato anche una sola volta o no. Un fascicolo intatto è facilmente riconoscibile, non dal suo aspetto generale (può essere conservato a lungo fra scantinati e inondazioni, guerre e sconfitte, brinate e incendi), ma da un certo modo di essere uniformemente ricoperto da una polvere che non si volatizza, che rifiuta di levarsi al primo soffio, senza nessun’altra traccia tranne quella livida del laccio di stoffa che lo stringe e lo regge piegandolo appena nel mezzo. Fuorviante e colossale, un archivio ha un grande potere di seduzione. Offre brutalmente un mondo sconosciuto dove i reprobi, i miserabili, gli scellerati giocano la loro parte in una società vivace e instabile. La lettura provoca subito un effetto di reale che nessun testo stampato può suscitare. Nasce così la sensazione ingenua, ma profonda, di squarciare un velo, di attraversare l’oscurità della conoscenza, di raggiungere, come dopo un lungo e incerto viaggio, l’essenzialità delle persone e delle cose. L’archivio riesce a mettere tutto a nudo: buttato giù in poche righe, appare non solo l’inaccessibile, ma il vivente”.

Arlette Farge, Il piacere dell’archivio