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«Riesumare e mettere in prospettiva i «banali dati della vita di ogni giorno, a cui nessuno fa ormai più caso», significa perciò compiere un’operazione tutt’altro che neutrale. Ogni storia delle pratiche,ha scritto efficacemente Roger Chartier, mettendoci in guardia contro letture fiduciose e tranquillizzanti dei «fatti concreti», prende vita sul bordo di una scogliera: il luogo in cui il solido entroterra degli accadimenti confina col mare aperto dei discorsi. Da questa scomoda posizione lo storico produce discorsi su pratiche non discorsive.
Tra ciò che lo storico osserva (i comportamenti «concreti»),i discorsi che ritiene storicamente collegabili a quei comportamenti –presupposti, narrazioni, spiegazioni, “influenze”, sistematizzazioni – e i discorsi stessi intesi come pratiche storiche discorsive esistono dunque molteplici piani di congiunzione. Studiare i presupposti discorsivi delle pratiche lavorative di fabbrica e i discorsi stessi sul lavoro in quanto eventi significa porsi come oggetto di studio non solo i «fatti concreti» ma anche «un tipo di razionalità, un mo-do di pensare, un programma, una tecnica, un insieme di sforzi razionali e coordinati, di obiettivi definiti e perseguiti [e di] strumenti per perseguirli».
Lo studio storico delle forme e della pratiche del sapere, e dei rapporti tra sapere e potere, non esclusivo ma complementare a quello della pratiche sociali, contribuisce dunque in misura determinante alla comprensione delle modalità attraverso cui i discorsi stessi determinano e riflettono il cambiamento sociale».
G. Maifreda, La disciplina del lavoro: operai, macchine e fabbriche nella storia italiana, pp. 18 e 19