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“Nei mesi che vanno dall’autunno del 1914 all’estate del 1915 il governo ottomano prese una serie di decisioni che sfociarono nella decimazione della popolazione armena cristiana dell’impero ottomano. Prima della guerra la comunità armena era sparsa per l’impero. La maggioranza apparteneva alla chiesa apostolica armena, benché esistessero anche alcune minoranze cattoliche e protestanti. Vi erano alcune concentrazioni particolari di popolazione armena, che non costituivano però maggioranze demografiche, tranne a livello locale negli insediamenti storici armeni. Essi erano situati in Cilicia, a nord e nord-ovest del golfo di Alessandretta sulla costa mediterranea, dove gli armeni vivevano fin dall’inizio del Medioevo, e nelle province orientali dell’Anatolia, vasta regione delimitata dal Mediterraneo e da Cilicia, Siria, Mesopotamia, Persia, Caucaso e mar Nero, un’area dove l’insediamento degli armeni risale a 3000 anni fa (si veda la Carta 2). Anatolia e Cilicia costituiscono parte rilevante del territorio della Turchia moderna.
 
Durante la prima guerra mondiale, gli armeni dell’Anatolia orientale vennero uccisi sul posto – destino riservato a molti uomini e ragazzi – o deportati nelle zone desertiche del moderno Iraq o verso sud, in Siria. Lungo il tragitto della deportazione subirono massicce e ripetute depredazioni – stupri, rapimenti, mutilazioni, uccisione diretta e morte per fame, sete o per il caldo – per mano dei gendarmi ottomani, delle truppe irregolari turche o curde e delle tribù locali. Anche l’esercito ottomano fu coinvolto nei massacri. Alle donne rapite e ad alcune sopravvissute e a molti orfani venne imposta la conversione all’Islam come mezzo di assimilazione alla «nuova Turchia»”.
Donald Bloxham, Il “grande gioco” del genocidio. Imperialismo, nazionalismo, e lo sterminio degli armeni ottomani, p.5