Frammenti 21. Lo storico produce discorsi su pratiche non discorsive

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«Riesumare e mettere in prospettiva i «banali dati della vita di ogni giorno, a cui nessuno fa ormai più caso», significa perciò compiere un’operazione tutt’altro che neutrale. Ogni storia delle pratiche,ha scritto efficacemente Roger Chartier, mettendoci in guardia contro letture fiduciose e tranquillizzanti dei «fatti concreti», prende vita sul bordo di una scogliera: il luogo in cui il solido entroterra degli accadimenti confina col mare aperto dei discorsi. Da questa scomoda posizione lo storico produce discorsi su pratiche non discorsive.
Tra ciò che lo storico osserva (i comportamenti «concreti»),i discorsi che ritiene storicamente collegabili a quei comportamenti –presupposti, narrazioni, spiegazioni, “influenze”, sistematizzazioni – e i discorsi stessi intesi come pratiche storiche discorsive esistono dunque molteplici piani di congiunzione. Studiare i presupposti discorsivi delle pratiche lavorative di fabbrica e i discorsi stessi sul lavoro in quanto eventi significa porsi come oggetto di studio non solo i «fatti concreti» ma anche «un tipo di razionalità, un mo-do di pensare, un programma, una tecnica, un insieme di sforzi razionali e coordinati, di obiettivi definiti e perseguiti [e di] strumenti per perseguirli».
Lo studio storico delle forme e della pratiche del sapere, e dei rapporti tra sapere e potere, non esclusivo ma complementare a quello della pratiche sociali, contribuisce dunque in misura determinante alla comprensione delle modalità attraverso cui i discorsi stessi determinano e riflettono il cambiamento sociale».
G. Maifreda, La disciplina del lavoro: operai, macchine e fabbriche nella storia italiana, pp. 18 e 19

Frammenti 20. La storia e il desiderio di semplificazione secondo Primo Levi

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« […] tendiamo a semplificare anche la storia, ma non sempre lo schema entro cui si ordinano i fatti è individuabile in modo univoco, e può dunque accadere che storici diversi comprendano e costruiscano la storia in modi fra loro incompatibili.

[…] Questo desiderio di semplificazione è giustificato, la semplificazione non sempre lo è. È un’ipotesi di lavoro, utile in quanto sia riconosciuta come tale e non scambiata per la realtà; la maggior parte dei fenomeni storici e naturali non sono semplici, o non semplici della semplicità che piacerebbe a noi».

Primo Levi, I sommersi e i salvati

Frammenti 19. Foucault, la resistenza e il potere

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«Là dove c’è potere c’è resistenza e […] tuttavia, o piuttosto proprio per questo, essa non è mai in posizione di esteriorità rispetto al potere. 
Bisogna dire che si è necessariamente “dentro” il potere, che non gli si “sfugge”, che non c’è, rispetto ad esso, un’esteriorità assoluta, perché si sarebbe immancabilmente soggetti alla legge? 
O che, se la storia è l’astuzia della ragione, il potere sarebbe a sua volta l’astuzia della storia – ciò che vince sempre? 
Vorrebbe dire misconoscere il carattere strettamente relazionale dei rapporti di potere. 
Essi non possono esistere che in funzione di una molteplicità di punti di resistenza, i quali svolgono, nelle relazioni di potere, il ruolo di avversario, di bersaglio, di appoggio, di sporgenza per una presa. 
Questi punti di resistenza sono presenti dappertutto nella trama di potere»
Michel Foucault, La volontà di sapere, pp. 84-85.

Frammenti 18. Deleuze e la morale

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«Secondo me c’è una morale ovunque.
Quando Nietzsche dice “Abbasso la morale di Al di là del bene e del male”
aggiunge subito nella stessa frase:
“ma attenzione non siate sciocchi , non imitate chi invita al suicidio”.
“Al di là del bene e del male” non vuole affatto dire:
“al di là del buono e del cattivo”.
Vuole dire che il bene e il male sono di fatto una mistificazione,
non vuol dire “vale tutto».
Gilles Deleuze, Ethique et morale, Vincennes 1980

Frammenti 17. La storia: un’impostura

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“Tutta un’impostura. La storia non esiste. Forse esistono le generazioni di foglie che sono andate via da quell’albero, un autunno appresso all’altro? Esiste l’albero, esistono le sue foglie nuove: poi anche queste foglie se ne andranno; e a un certo punto se ne andrà anche l’albero: in fumo, in cenere. La storia delle foglie, la storia dell’albero. Fesserie! Se ogni foglia scrivesse la sua storia, se quest’albero scrivesse la sua, allora diremmo: eh sì, la storia… Vostro nonno ha scritto la sua storia? E vostro padre? E il mio? E i nostri avoli e trisavoli?… Sono discesi a marcire nella terra né più e né meno che come foglie, senza lasciare storia… C’è ancora l’albero, sì, ci siamo noi come foglie nuove… E ce ne andremo anche noi… L’albero che resterà, se resterà, può anche essere segato ramo a ramo: i re, i viceré, i papi, i capitani; i grandi, insomma… Facciamone un po’ di fuoco, un po’ di fumo: ad illudere i popoli, le nazioni, l’umanità vivente… La storia! E mio padre? E vostro padre? E il gorgoglio delle loro viscere vuote? E la voce della loro fame? Credete che si sentirà, nella storia? Che ci sarà uno storico che avrà orecchio talmente fino da sentirlo?”
Leonardo Sciascia, Il consiglio d’Egitto

Frammenti 16. L’uso del linguaggio del sociopatico

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«L’uso del linguaggio proprio del sociopatico paradossalmente coincide con la nozione standard che comunemente si attribuisce al linguaggio, la nozione, cioè, che intende il linguaggio come mezzo di comunicazione puramente strumentale, ossia come un insieme di segni che trasmettono significati. Il sociopatico usa il linguaggio: in questo senso non ne è implicato ed è insensibile alla dimensione performativa»

Žižek,Leggere Lacan. Guida perversa al vivere contemporaneo, p.25.

Frammenti 15. La politica come termometro di una società

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“Nell’uomo politico si incarna lo stato medio di una società – i vizi, le mediocrità, i difetti – come se egli ne assorbisse i mali alla maniera dei vecchi stregoni che succiano la ferita purulenta succhiandone anche il maleficio. Così i loro vizi, le turpitudini, il malaffare, sanno di qualcosa di diverso. È come se essi imbrigliassero tutto ciò che di turpe vi è in una convivenza e ne liberassero gli altri”.
Manlio Sgalambro, Dell’ indifferenza in materia di società

Frammenti 14. La cura impossibile: l’omeopatia

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Il processo del “simile che cura il simile” non è mai stato dimostrato ma, a parte questo ciò che lascia maggiormente perplessi nei confronti dell’omeopatia sono proprio le diluizioni estreme con cui vengono preparati i rimedi omeopatici. Ai tempi di Hahnemann le conoscenze relative alla struttura della materia erano molto poco sviluppate. […] Al giorno d’oggi le cose sono notevolmente cambiate: sappiamo che la materia ha una natura discreta e che ogni sostanza esiste sotto forma di unità minime chiamate molecole. […] Questo fa sì che oltre un certo limite non abbia più senso procedere nelle diluizioni, semplicemente perché non vi è più nessuna traccia di soluto.

[…] Dal punto di vista teorico l’omeopatia appare quindi completamente priva di ogni fondamento scientifico, almeno sulla base delle attuali conoscenze chimico-fisiche. […]

Purtroppo […] nonostante quanto viene sostenuto dagli omeopati e da molti pazienti che la utilizzano, l’efficacia dell’omeopatia non è mai stata dimostrata. O meglio, non è mai stato dimostrato che essa abbia un’efficacia superiore al semplice effetto placebo (tale superiorità deve essere dimostrata da qualsiasi farmaco per poter essere considerato tale). […] Nelle sue sperimentazioni Hahnemann non prese le dovute precauzioni per eliminare l’influenza dell’effetto placebo e ai suoi tempi poteva anche essere giustificato, poiché le conoscenze in materia erano piuttosto limitate. Non si capisce però perché i moderni omeopati rifiutino tali procedure [di verifica intersoggettiva], accampando scuse pretestuose e inventandosi curiose teorie […]“.

Silvano Fuso, La falsa scienza. Invenzioni folli, frodi e medicine miracolose dalla metà del Settecento a oggi, pp.264-266

Frammenti 13. Il cretino di sinistra

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“Intorno al 1963 si è verificato in Italia un evento insospettabile, e forse ancora, se non da pochi, sospettato. Nasceva e cominciava ad ascendere il cretino di sinistra: ma mimetizzato nel discorso intelligente, nel discorso problematico e capillare. Si credeva che i cretini nascessero soltanto a destra, e perciò l’evento non ha trovato registrazione. Tra non molto, forse, saremo costretti a celebrarne l’Epifania“.

Leonardo Sciascia, Nero su nero, Torino, Einaudi 1979 p. 244

Frammenti 12. Istruzione e mobilità sociale secondo Raymond Boudon

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“La diseguaglianza delle opportunità di fronte all’istruzione è principalmente il risultato della stratificazione stessa. L’esistenza di posizioni sociali distinte comporta l’esistenza di sistemi di aspettative e di decisioni distinti i cui effetti sulla diseguaglianza delle opportunità di fronte all’istruzione sono moltiplicativi.
[…]
Dato che esistono strati sociali, esistono anche disparità di fronte all’istruzione che appaiono tanto più marcate quanto più si passa ai livelli superiori del sistema scolastico.
[…]
L’effetto moltiplicativo (delle disparità) non potrebbe sparire che nel caso di un sistema scolastico completamente indifferenziato in cui tutti gli individui seguissero un unico curriculum. […] La nozione di curriculum unico comune a tutti è in contraddizione con la norma dell’adattamento del curriculum ai gusti e alle presunte attitudini dei bambini.
[…]
Si rileva che la maggioranza delle società industriali liberali sono caratterizzate, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, sia da un’attenuazione delle diseguaglianze di fronte all’istruzione, sia da un aumento delle diseguaglianze economiche. […] l’immobilità della mobilità nelle società industriali può apparire in contraddizione col cambiamento “accelerato” che caratterizza queste società e suggerire interpretazioni scientificamente ingenue, volontariste (azione di un onnipotente gruppo dominante) o finaliste (facoltà di riproduzione delle strutture sociali). L’equilibrio della mobilità […] può al contrario essere spiegato dall’aggregazione di meccanismi elementari”.

Raymond Boudon, Istruzione e mobilità sociale, pp. 210-218